Il 13 luglio 1831, nel mare antistante Sciacca, in Sicilia, un'eruzione vulcanica sottomarina fa emergere una piccola isola di 200 piedi di altezza. Non appena la notizia fu di dominio pubblico, Ferdinando II, da poco salito al trono, giovanissimo, appreso che gli Inglesi già pensavano di far sbarcare dei loro uomini per piantare sul suolo la loro bandiera, inviò il vapore Francesco I, (il primo battello a vapore del mediterraneo), per prendere possesso della novella isola come re delle Due Sicilie. La fermezza e la determinazione del giovane re ebbe la meglio.
L'isola dopo pochissimo tempo si inabissò nuovamente e di lei restano soltanto alcune stampe pubblicate dall'Officio Topografico di Napoli.
Perchè questo racconto? Per ricordare quanto Ferdinando II fu geloso dell'indipendenza del suo stato, e nemico di qualsiasi ingerenza nelle faccende napoletane; e per comprendere il motivo che lo spinse a popolare l'isola di Lampedusa, in occasione dei centocinquant'anni che quella popolazione dovrebbe festeggiare in ricordo dell'avvenimento. Abbiamo tra le mani un libro pubblicato a Napoli nel 1849 dal titolo"L'isola di Lampedusa eretta a colonia dal munificentissimo nostro sovrano Ferdinando II". Autore il capitano di fregata della Real Marina Bernardo Sanvisente, incaricato dal governo, nel 1847, di procedere al popolamento dell'isola, ai lavori urbanistici ed all'assegnazione dei terreni ai coloni. Alcuni giorni fa, in occasione dell'ennesimo sbarco di clandestini a Lampedusa, qualche opinionista ha strombazzato sui giornali nazionali che l'isola fu sempre una sede di penitenziari, e che la gente che vi abita altro non era che la discendenza di quei carcerati. Occorre ricordare a tutti questi campioni di ignoranza che la colonia non è sinonimo di carcere ma, bensì, significa prettamente la ripopolazione di un luogo e lo sfruttamento economico dello stesso da parte dei futuri abitanti. Ed anche Lampedusa, come fu per Ponza , è un esempio della civiltà del governo indipendente di un Sud ben diverso da quello di oggi.
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Nel 1847, centocinquant'anni fa, erano già 700 e in quei cinque anni erano già nati 45 bambini. Sanvisente nel suo libro racconta minuziosamente quel che trovò e quel che si fece. Lunghi elenchi di tutte le specie faunistiche e botaniche rinvenute nell'isola, analisi delle malattie, descrizioni di tutte le strade costruite e da costruire, il paese interamente edificato in pochi anni con il municipio, la chiesa ed il porto. La certosina assegnazione di terre e di strumenti per lavorarla e, udite udite, una grande attenzione all'istruzione, come si può intuire da un intero capitolo dedicato a questo argomento. "Lo incivilimento di un paese debbe riguardarsi sotto tutti gli aspetti per locchè è d'uopo incoraggiare gli stabilimenti d'istruzione e fondarvi delle scuole". Così un rude ufficiale di marina del feroce re napoletano Ferdinando II, apriva le scuole per tutti in un isola fino ad allora disabitata. Altro che colonia penale che nell'isola mai vi fu.

Il 24 aprile 1845 si sbarcò a Linosa con trenta futuri abitanti, maschi e femmine.
L'isola presentava molte più difficoltà di vita di Lampedusa, ma furono tutte superate.
In qualche mese furono costruite baracche provvisorie, e gli stessi ingegneri della celebre scuola di ponti e strade di Napoli che lavoravano per l'edificazione di Lampedusa, provvedettero ai bisogni di Linosa che è, ancora oggi, popolata.
Appare quasi incredibile, con la propaganda che ci è stata somministrata in più di un secolo, che tutto ciò sia potuto accadere proprio ad opera dei governanti di quello che viene definito il regno "della negazione di Dio", frase coniata da un ipocrita cialtrone inglese, William Gladstone, che, invece di curarsi delle condizioni schiaviste in cui veniva tenuta, nel suo paese, un'intera popolazione di operai, si permise di dipingere in questa maniera il nostro che aveva invece tanto da insegnargli.
E quelle parole le pronunciò non verificando di persona ma solo attraverso i racconti di cialtroni che come lui avevano soltanto un interesse: quello di trasformare il Sud in una landa desolata e misera come sarà dal 1860 in poi.
Roberto Maria Selvaggi
Tratto da Il Sud Quotidiano del 30/8/1997
