sabato 29 maggio 2010

Eugenio Bennato: Tributo alla brigantessa Michelina De Cesare


Il Sorriso di Michela, dedica di Eugenio Bennato, ad una valorosa partigiana del Sud, che pagò con la vita, per quell'Unità d'Italia che in pochi volevano.
Michelina De Cesare, nacque a Caspoli (Mignano Montelungo) nella provincia di  Terra di Lavoro il 28 ottobre 1841, abile e coraggiosa guerrigliera fiera nel difendere i suoi diritti e la propria terra, invasa a tradimento.
Bellissima donna, dotata di un forte eroismo e di capacità strategico militari, riuscì più volte a prevenire attacchi ed imboscate delle milizie piemontesi.
Conobbe Francesco Guerra ex sottoufficiale borbonico attivo capobanda in Terra di Lavoro, nella quale si aggregò, catturata dalla guardia nazionale,  guidate da una spia del posto, fu uccisa in uno scontro a fuoco il 30 agosto 1868, con altri uomini della banda Guerra, il suo corpo fu fatto scempio dalla soldataglia e "liberatori" piemontesi, fu spogliata ed esposta con altri patrioti nella piazza del paese, come monito alla popolazione.

giovedì 27 maggio 2010

Come e quando nasce la questione meridionale

Che i meridionali siano culturalmente e caratterialmente generosi e patriottici é cosa abbastanza inconfutabile: abituati ad essere parte di una grande nazione dal XII secolo, in poco tempo e nonostante condizioni avverse si sono abituati a sentirsi parte dell'ancora più grande nazione italiana.
Mentre i settentrionali, se da un lato ben più abituati ed abili a districarsi nelle dure leggi del libero mercato, dall'altro lato non hanno mai maturato un senso di appartenenza ad una grande nazione, divisi come sono stati tra piccole signorie spesso in disaccordo tra loro. Per capire bisogna guardare oltre la siepe, risalire a prima della creazione della famigerata questione meridionale in Italia, e cambiare drasticamente mentalità e cultura, a Sud come a Nord, per rifondare da Sud la nuova Italia prima che le spinte centrifughe ed egoistiche diventino prevalenti nei settentrionali.
Dopo la conquista del Regno delle due Sicilie, ad opera dei piemontesi, cominciò in nome dell'Unità d'Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un'
amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire, allora coniate in oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d'Italia. Stato pacifico che, tra l'altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all'avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l'illuminazione a gas, con 10 anni d'anticipo sulle altre città della Penisola.
Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei
Rothschild che si era stabilito a Napoli. L'Unità d'Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie già più sviluppate e floride di quelle del Nord con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni.
L'Unità d’Italia, portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino ad allora, legalmente inamovibili dalle terre feudali,
ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militare. L'incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principi, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali - sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini (e forse molti di più) in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l'ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell'impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario "spietato", ma dal borghese "liberale".
Così il contadino dell'ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l'Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra
introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l'industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all'industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo.
Si interruppe in conseguenza - tra l'altro - la corrente migratoria della mano d'opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l'estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l'intera Penisola in una immane colonia di
sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila media annua del periodo 1876 -1880 a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell'anno 1912, a 872 mila nell'anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese.
Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana "liberale" di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più
rappresentativo, diventato direttamente o - per pochi mesi - tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell'ultimo biennio dell'era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l'inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all'inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.
Nel 1920, sul n° 3 del giornale “Ordine Nuovo”, Antonio Gramsci dava questa definizione della questione meridionale: La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale, riducendola a colonia di sfruttamento; ha ridotto le masse contadine asservite alle banche e all’industrialismo parassitario del settentrione.
Se si guarda l’oggi, tutte le banche sono del nord, ed è al nord che i soldi vengono investiti, e mentre noi passiamo per “mali
pavaturi”, facendoci pagare il costo del denaro più alto di tre punti rispetto al nord, con i nostri risparmi, loro speculano; vedi Parmalt, Cirio etc. Cari amici, è dal Sud che bisogna incominciare la rinascita.

http://blog.blogalladeriva.com/2007/02/quando-e-come-nasce-la-questione.html

martedì 25 maggio 2010

L'Unità d'Italia vista da un patriota del Sud



Si! un patriota del Sud, l'Onorevole Angelo Manna, uno dei pochi a difendere una terra martoriata, a condurre battaglie per la verità storica del Risorgimento. Scrittore molto apprezzato per i suoi articoli e libri in difesa del Sud, nell'intento di far risvegliare la coscienza e l'orgoglio dei suoi conterranei, di quello che era stato il prosperoso e felice ex Regno delle Due Sicilie.
L'interrogazione parlamentare provocò un'enorme risonanza a quel tempo, sulle vicende di quel periodo di storia del nostro paese, di documenti segregati nell'archivio di Stato Maggiore dell'Esercito che ancora oggi a distanza di 150 anni, non sono venuti alla luce.

La celebre interpellanza parlamentare dell'on. Angelo Manna

Camera dei Deputati
Interpellanza Parlamentare Resoconto stenografico 597
Seduta di lunedì 4 marzo 1991
Presidenza del Vicepresidente Adolfo Sarti Presidente.
L'ordine del giorno reca: Interpellanza e interrogazioni
Cominciamo dalla seguente interpellanza.
Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della Difesa, per sapere constatato che vige tuttora il più ostinato e pavido top secret di fatto su quasi tutti i documenti comprovanti gli intenzionali bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni, per lo più inermi, delle "usurpate province meridionali" dal tempo della camorristica conquista di Napoli a quello della cosiddetta "breccia di Porta Pia" (praticata dai papalini dal di dentro delle mura leonine?..): top secret voluto, evidentemente, dai grandi custodi di quell'epoca di scelleratezze e di razzie che prese il nome di "Risorgimento italiano" e della quale il sud paga sempre più a caro prezzo le conseguenze; considerato altresì che nell'assoggettato ex reame libero e indipendente va assumendo, finalmente, sempre più vaste proporzioni quel processo di revisione e di demistificazione della storia scritta dai vincitori (tuttora ufficiale!) che dovrà fornire le motivazioni di fondo e lo stimolo alle future immancabili rivendicazioni politiche delle colonizzate regioni -: quando vorrà degnarsi di consentire il libero accesso agli archivi dello stato maggiore dell'esercito italiano che nascondono tuttora, in almeno duemila grossi volumi, documenti fondamentali di natura non già soltanto militare (ordini, dispacci, rapporti relativi a movimenti di truppa e ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raid repressivi e briganteschi), ma anche e soprattutto di natura squisitamente politica: istruzioni riservate e anche cifrate del governo subalpino a profittatori luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali; verbali di interrogatori eseguiti nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali dagli aguzzini in uniforme che si coprono di disonore nell'infame periodo delle leggi marziali e delle sbrigative esecuzioni capitali; soffiate di spie e informazioni di agenti segreti ai militari, distinte di requisizioni e di espropri illegittimi con l'indicazione delle vittime; elenchi dettagliati dei preziosi, dei contanti e degli oggetti d'arte o sacri razziati nelle case, nei banchi pubblici, nei palazzi reali e nelle chiese; concessioni, infine, di premi, cattedre universitarie o liceali, sussidi una tantum o vitalizi a rinnegati, prostitute, delinquenti comuni (camorristi) e profittatori dai nomi altisonanti trasformati in "eroi puri" e beatificati o divinizzati nei sacri testi della agiografia risorgimentale "Manna". (25 settembre 1990).
L’onorevole Manna ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo Manna. Rinunzio ad illustrarla, signor Presidente, e mi riservo di intervenire in sede di replica.

Presidente. L’onorevole di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.

Clemente Mastella. Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevole Manna, la mia risposta me ne dispiace molto è brevissima, per la verità. L’accesso ai documenti sul brigantaggio custoditi presso lo stato maggiore dell’esercito, contenuti in circa 140 contenitori e non duemila, come si legge nell’interrogazione, è libero. Unica formalità di rito è una richiesta scritta preventiva, necessaria per regolare l’afflusso dei visitatori. I documenti sono già stati utilizzati per realizzare opere edite.

Presidente. L’onorevole Manna ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la sua interpellanza n. 2-01134.

Angelo Manna. Signor Presidente, non credo di potermi dichiarare soddisfatto per la risposta fornitami dall’onorevole sottosegretario, che avrei preferito non vedere stasera in quest’aula per il fatto che sono suo conterraneo e so benissimo quanto è costato ai suoi antenati vivere, a un tiro di schioppo da Casalduni e Pontelandolfo, terre ancora oggi maledette, terre di briganti, come furono definite, con tanto di carta protocollo e timbri dal regno unitario, nel 1861. Della risposta che a nome del governo di è degnata di dare alla mia interpellanza, ella è stato soltanto mi scusi la voce: e neppure la voce dell’attore, ma mi consenta quella del pappagallo (non ce l’ho con lei personalmente), perché quale rappresentante del Governo ella si è informata sommariamente e si è accontentata della solita risposta evasiva, degna soltanto della massima commiserazione, vista che a fornirgliela sono stati alti ufficiali di un esercito che è proprio quello che io mi sono sforzato di descrivere per 35 anni, degno erede di quello sardo-piemontese. Quello che è peggio, signor sottosegretario, è che, lungi dall’aver risposto in maniera neppure evasiva, ella ha prestato la sua voce di pappagallo ad uno stantio e puzzolente copione che, scritto male e stampato peggio, è quello che la solita combriccola dello stato maggiore dell’esercito italiano rabbercia e stiracchia a piacimento da più di un secolo, e da più di un secolo riesce ad imporre finanche ai rappresentanti del Governo dello Stato unitario, perché ad esso possono prestare soltanto la voce, e neppure quella dell’attore: quella del pappagallo. Per carità di greppia? No! Per carità di patria. Sì! Certo: l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento del Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino, e perciò galantuomo nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di Stato e perciò statista sommo ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco l’invaso reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana. L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Tore e Crescienzo(all’anagrafe Salvatore De Crescenzo e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo anch'essa, per l’anagrafe… Quali studiosi hanno potuto aprire questi armadi infami, signor sottosegretario? I crociati postumi, gli scribacchini sono diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio. Signor Presidente, per favore, si giri: guardi il pannello alle sue spalle. E’ falso, è un falso storico! L’ho detto e ridetto sette anni fa: alle urne, nel Regno di Napoli invaso, si presentò solo l’1,9 per cento! Come si ebbe, allora, un milione di voti? al si!

venerdì 21 maggio 2010

La Scuola Medica Salernitana, precursore delle moderne Università



Le origini della Scuola Medica Salernitana si perdono nella leggenda, la quale si fa risalire a quattro dotti, il greco Pontus, l'ebreo Helinus, l'arabo Abdela, ed il latino Salernus, che trovarono rifugio per la notte sotto gli archi dell' acquedotto dell'Arce in Salerno, dall'incontro di queste quattro culture la scuola medica fondava le sue proprie conoscenze divulgando il sapere della medicina greca, ebrea, araba e latina.
Facilitata dalla sua posizione geografica, al centro del mediterraneo, baciato da un clima ideale, Salerno divenne un centro importante di traffici con l'Africa e l'Oriente, e un centro culturale medico di fama mondiale per l'insegnamento della medicina e non solo.

Un medico di fama mondiale Costantino l'Africano, si deve la divulgazione  in occidente, della scienza medica islamica e greca dopo numerosi e faticosi studi in vari paesi, e soggiornando a Salerno presso la corte di Roberto d'Altavilla, successivamente si recò a Montecassino, divenendo monaco, entrando nell'ordine benedettino dedicandosi alla traduzione dei più importanti trattati di medicina. Dalle teorie umorali di Ippocrate la scuola medica salernitana fondava i suoi principi rendendola con l'appellativo di Civitas Hippocratica (Città Ippocratica).
Salerno ha  il primato di aver avuto la prima donna ginecologa della storia, Trota De Ruggiero, famosa per tutto il Medio Evo per le sue idee innovative, considerando la prevenzione come aspetto principale della medicina e l'importanza dell'igiene per la salvaguardia della salute.    
La più importante opera di botanica medicinale del Medioevo, conosciuta con il nome
Circa Instans attribuito al medico salernitano Matteo Plateario, portò alla conoscenza e alla classificazione di numerose piante sconosciute.
Alla Scuola Medica Salernitana con molta probabilità si deve l'invenzione della grappa, che per primi diffusero la tecnica di distillazione in occidente intorno al X secolo, e impiegato a scopo curativo.In concomitanza con la riorganizzazione dell'istruzione pubblica nel Regno di Napoli ebbe termine la secolare e gloriosa istituzione salernitana, antesignana della moderna Università, decretata dal generale francese e re di Napoli Gioacchino Murat, facendo posto esclusivamente all'università di Napoli di concedere diplomi di Laurea in Medicina.

mercoledì 5 maggio 2010

La spedizione dei Mille: L'inizio della decadenza del Meridione


Al via i festeggiamenti del 150esimo anniversario della "eroica" spedizione dei Mille da Quarto, una brutta giornata quella del 5 maggio 1860, che segnò l'inizio della decadenza del meridione.
Una spedizione programmata e diretta dai Governi di Inghilterra e Piemonte, attuata grazie alla corruzione della nobiltà, e di alcuni generali borbonici, che diedero man forte alla causa sabauda, e non certamente per le strategie tattiche o dall'eroicità dei garibaldini.
Tra la popolazione dell'ex felice e prosperoso regno, si inizia a rendersi subito conto di che pasta siano fatti i liberatori, rivolte popolari si ebbero a favore di Francesco II, ferocemente represse con l'approvazione della legge Pica, fatta su misura per i meridionali, con la quale permetteva all'esercito di usare qualsiasi tipo di violenza sulla popolazione.
150 anni non sono serviti ad unire un Paese, se non solo sulla carta, un'annessione forzata, divisi sempre tradizionalmente ed economicamente.
Finiamola con la continua la mistificazione risorgimentale nel definire i Savoia, Garibaldi, Cavour, La Marmora o Nino Bixio degli eroi del risorgimento, eroi che oggi sarebbero processati e giudicati come assassini e criminali di guerra.
Bisognerebbe invece una volta per tutte, di trovare la volontà e il coraggio di far emergere la verità storica dei fatti, evitando che si continui ancora a stravolgere e trasmettere alle nuove generazioni avvenimenti storici controversi su personaggi risorgimentali, e con la definitiva messa in luce di migliaia di foto e documenti storici di notevole importanza per la conoscenza del periodo, delle atrocità subite dalle popolazioni meridionali ancora occultati negli archivi di stato.