domenica 31 gennaio 2010
giovedì 28 gennaio 2010
Lord Gladstone: I Borbone"La negazione di Dio"
Una vera congiura denigratoria, infiltrata in ogni parte perpretata ai danni del Regno delle Due Sicilie, per delegittimare il Regno di Ferdinando II di Borbone, che ben aveva amministrato, e che diede un forte impulso alla riorganizzazione del regno, tanto da diventare il più ricco della penisola.
Il governo Inglese fa diffondere in varie ambasciate europee, una lettera del liberale inglese William Gladstone, inviata al ministro degli esteri, Lord Aberdeen di una presunta visita nelle carceri Napoletani nel 1851, nella quale avvisava la violazione di ogni diritto, e le disumane condizioni che erano tenuti i prigionieri, definendo il regime borbonico la "negazione di Dio eretta a sistema di governo".
Una vergognosa campagna diffamatoria che agiva in malafede, si lanciava nei confronti del Regno, inasprita anche a causa della questione degli zolfi della Sicilia, materia prima di notevole importanza per l'industria civile e militare, di cui gli inglesi avevano il monopolio, ma due compagnie francesi Tayx e Ayard fecero un'offerta maggiore degli inglesi, che avrebbe portato un maggiore incasso di denaro allo Stato Napoletano.
Questo inasprì talmente l'Inghilterra da farle mettere in campo la sua flotta, minacciando un bombardamento su Napoli.
Gladstone ammise poi, che non era mai stato in visita in nessun carcere borbonico, e che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto, e di aver scritto per incarico di Lord Palmerston.
Un Regno bollato dal marchio infamante, che ben presto si diffuse in tutta Europa, messa in atto da chi tramava per la caduta dei Borbone, che invece furono i primi ad avviare la prima riforma carceraria, che prevedeva una commissione che salvaguardava la sicurezza dei prigionieri e la qualità del cibo all'interno dei carceri.
Il sistema carcerario nel Regno era all'avanguardia in Europa, mentre diversamente accadde nelle carceri all'indomani dell'unità d'Italia, dove migliaia di meridionali furono deportati nei "lager" del Nord nelle quali venivano torturati e fatti morire di stenti e di fame.
Una vergognosa campagna diffamatoria che agiva in malafede, si lanciava nei confronti del Regno, inasprita anche a causa della questione degli zolfi della Sicilia, materia prima di notevole importanza per l'industria civile e militare, di cui gli inglesi avevano il monopolio, ma due compagnie francesi Tayx e Ayard fecero un'offerta maggiore degli inglesi, che avrebbe portato un maggiore incasso di denaro allo Stato Napoletano.
Questo inasprì talmente l'Inghilterra da farle mettere in campo la sua flotta, minacciando un bombardamento su Napoli.
Gladstone ammise poi, che non era mai stato in visita in nessun carcere borbonico, e che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto, e di aver scritto per incarico di Lord Palmerston.
Un Regno bollato dal marchio infamante, che ben presto si diffuse in tutta Europa, messa in atto da chi tramava per la caduta dei Borbone, che invece furono i primi ad avviare la prima riforma carceraria, che prevedeva una commissione che salvaguardava la sicurezza dei prigionieri e la qualità del cibo all'interno dei carceri.
Il sistema carcerario nel Regno era all'avanguardia in Europa, mentre diversamente accadde nelle carceri all'indomani dell'unità d'Italia, dove migliaia di meridionali furono deportati nei "lager" del Nord nelle quali venivano torturati e fatti morire di stenti e di fame.
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Storia Sud
lunedì 11 gennaio 2010
sabato 9 gennaio 2010
L'inno dei partigiani del Sud
Brigante se more
Ammo pusato chitarre e tamburo
pecchè 'sta musica s'adda cagnà.
Simmo briganti e facimm' paura,
e cu 'a scupetta vulimmo cantà.
E mo cantammo 'sta nova canzone,
tutta la gente se l'adda 'mpara.
Nun ce ne fotte d'o re Burbone
ma 'a terra 'a nostra e nun s'adda tucca.
Tutte e paise d'a Basilicata
se so scetati e vonno luttà,
pure 'a Calabria mo s'è arrevotata;
e stu nemico 'o facimmo tremmà.
Chi a visto o lupo e s'è miso paura,
nun sape buono qual'è verità.
O vero lupo ca magna 'e creature,
e 'o piemontese c'avimma caccià.
Femmene belle ca date lu core,
si lu brigante vulite salvà;
nun 'o cercate scurdateve 'o nome;
chi ce fà guerra nun tene pietà.
Ommo se nasce, brigante se more,
ma fino all'ultimo avimma sparà.
E se murimmo menate nu fiore
e na bestemmia pe' 'sta libertà.
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Canzoni del Sud
domenica 3 gennaio 2010
L'industria nel Regno delle Due Sicilie

Nell'Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese industrializzato del mondo, dopo l'Inghilterra e la Francia. Un Paese ancora essenzialmente agricolo, che ben presto sotto il Regno di Ferdinando II si ha una notevole crescita industriale, moderna ed autonoma, atta a liberarsi da ogni dipendenza straniera, dovuta alla mancanza di materie prime.
I principali settori industriali erano: cantieristica navale, tessile, estrattiva.
In Calabria, tra le regioni più ricche e industrializzate del regno, sorse il complesso siderurgico della Mongiana, nel cuore dell'aspra montagna calabra, sorto per la presenza nelle vicinanze di ricche miniere di ferro, era il sito con la maggiore produzione di ghisa e semilavorati in Italia, e vi lavoravano 1500 operai. Nel 1761 a Torre Annunziata, venne aperta la Real Fabbrica d'Armi per la produzione di fucili. L'officina di Pietrarsa sorta nel 1840, fiore all'occhiello dell'industria del regno, per la produzione di locomotive, carrozze ferroviarie e binari, contava più di mille operai, ed era la più grande industria metalmeccanica d'Italia. Il cantiere navale di Castellammare di Stabia, il più grande del mediterraneo, e tra i più prestigiosi d'Europa, grazie alla maestranza secolare dei maestri d'ascia del luogo, costruito in vicinanza della presenza di materia prima dei boschi del Monte Faito, vi lavoravano circa 1800 operai.
L'industria tessile era un settore molto florido, e la produzione avveniva in varie regioni del regno, ma celebre in tutta Europa l'opificio di San Leucio, noto per la produzione di sete pregiate. Tra le numerose e fiorente cartiere del regno, spiccava quella di Fibreno, nella valle del Liri, la più grande d'Italia che dava lavoro a 500 operai. Grazie alla presenza di fiumi, il Liri, il Rapido, il Fibreno, ricchi di acque purissime e fredde, caratteristiche che riducono la nascita dei microrganismi animali e vegetali adatte per la lavorazione della carta, qualità che favorirono la nascita di numerose cartiere lungo le loro sponde, le prime risalenti all'inizio del 500.
All'antica Repubblica di Amalfi, però si deve l'importazione e diffusione delle tecniche di lavorazione della carta nel Regno, grazie ai loro rapporti commerciali. Con l'unità d'Italia, si cominciava progressivamente alla chiusura e smantellamento delle industrie del meridione, per essere montate al nord. Iniziava da allora per il meridione, l'esodo biblico dell'emigrazione.
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